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Ancora a proposito di scuola

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31 Ott

Ancora a proposito di scuola

Ecco che le litanie sul malfunzionamento della scuola superiore e sulla pochezza degli studenti italiani stanno già conquistando il loro spazio sui giornali, social, Tv. L’attribuzione di responsabilità agli studenti è pressoché unanime, mentre io penso che i problemi – che pure esistono – sono il prodotto delle azioni congiunte dei quattro attori coinvolti: la Scuola come Istituzione, gli insegnanti, i genitori e gli studenti. In ordine decrescente di potere e di responsabilità.
Poiché mi sono occupata a lungo di sviluppare e potenziare la capacità di studio degli adolescenti conosco bene le loro debolezze. Ho raccolto anche testimonianze sconcertanti su come si svolgono alcune lezioni nelle Scuole Superiori.
Tralasciando gli aneddoti vorrei cominciare a parlare del Sistema. Ho due amici olandesi che conosco da quasi quarant’anni. Entrambi sono laureati in lettere, ma mentre gli studi di Angela sono stati indirizzati sin da subito alla didattica quelli di Peter no; mentre Angela a fine percorso universitario avrebbe potuto lavorare anche nel mondo della comunicazione Peter non avrebbe MAI potuto insegnare. Per ultimo, la laurea di Angela ha sempre goduto di maggior prestigio sociale e migliore retribuzione. Ricordo che nei lontani anni ’80 mi sembrava fantascienza. Non avrei mai immaginato che quasi cinquant’anni dopo lo sarebbe stato ancora.
Proviamo a confrontare questo principio così radicato in molti paesi europei con quanto accade in Italia. A parte qualche recente tentativo di aggiungere esami di area pedagogica per chi volesse fare un concorso per l’insegnamento (aggiungere e non strutturare l’intero percorso di studi) in Italia non è cambiato sostanzialmente niente.
Gli insegnanti provengono quasi tutti da percorsi di studio che condurrebbero a sbocchi professionali diversi dall’insegnamento. Posto che ci fosse un mercato del lavoro.
In mancanza d’altro molti si sono orientati all’insegnamento, un settore che impiega circa 800.000 unità e che quindi è diventato per molti, a ragion veduta, un “Piano B”.
Purtroppo però tutti questi laureati tradotti nell’insegnamento senza alcuna preparazione dedicata applicano un modello di scuola che è quello che hanno interiorizzato nel corso della loro personale formazione di studenti.
E come potrebbe essere altrimenti, dal momento che non hanno mai imparato a confrontarsi con i diversi modelli pedagogici e didattici? Un altro spunto che vorrei suggerire è che questa realtà di fatto ha trovato supporto in un principio scritto nella nostra Costituzione. L’articolo 33 dichiara e difende “la libertà d’insegnamento”. Se pensiamo al ventennio fascista e la messa al bando dei docenti ebrei si capisce il senso della sua enunciazione. Peccato che nel corso degli anni sia stato interpretato da molti insegnanti come libertà individuale di fare quello che ritenevano giusto e opportuno una volta “chiusa la porta” dell’aula. E la pratica funziona sia con gli studenti che con i colleghi: un mio vicino di prima geometri si lamentava di aver dovuto studiare a memoria le formule dei componenti delle diverse pietre vulcaniche per Scienze prima ancora di aver affrontato lo stesso argomento in Chimica.
Senza alcun appiglio di senso i ragazzi sono spesso costretti a “mandare a memoria” contenuti che risultano esoterici perché non ci sono i presupposti per padroneggiarli. E questo approccio mnemonico e nozionistico mina alle basi le capacità di ragionamento e la costruzione di un sapere organico e strategico.
Le periodiche lamentazioni sulla scuola che non funziona contribuiscono ad alimentare un diffuso senso di impotenza nei genitori. Esterni al Sistema scolastico sentono che la fiducia che sono chiamati a riporvi quando iscrivono i loro figli è messa in crisi.
Esistono invece azioni che i genitori possono compiere per intervenire nei confronti della Scuola come Istituzione, degli insegnanti e dei figli.
I genitori potrebbero cominciare a leggere con attenzione il PTOF del proprio Istituto e mettere in relazione i suoi obiettivi dichiarati con quanto viene pubblicato sul registro elettronico della classe. Potrebbero ragionare con agli altri genitori su questi temi e provare a proporre dei correttivi a quei livelli di sistema accessibili, per esempio in consiglio di classe con gli insegnanti disponibili (e ce ne sono), o a livello di C.d.I. Potrebbero aprire un dialogo coi docenti anche quando le cose “vanno bene” e non solo in occasione di debiti o difficoltà di altro genere. E con tutti, anche con quelli di educazione fisica e/o religione. Un c.d.c. è un organismo composito dove ogni insegnante può (e deve) dare il suo contributo.
Per ultimo con i propri figli: se hanno un canale di scambio aperto con loro, un tempo e uno spazio in cui porre domande aperte, mosse da genuina curiosità su qual è il loro mondo e sul loro modo di starci dentro, possono avere il polso della situazione, e non solo di quella scolastica.
Dentro questa prospettiva collaborativa si possono trovare dei momenti in cui fare un “briefing” settimanale sull’andamento scolastico, guardando e commentando insieme ai figli il R.E. anziché per conto proprio, in ufficio, al mattino appena arrivati.
L’obiettivo e che anche i figli diventino più capaci di riconoscere per tempo e di compensare i limiti di una condizione indubbiamente imperfetta sulla quale anche loro hanno un potere di cambiamento, se ne diventano consapevoli. Possono interagire coi loro docenti facendo presenti le loro istanze o richieste; usare gli spazi di recupero all’interno degli istituti; creare piccoli gruppi di studio; chiedere e prestare aiuto ai compagni a seconda delle conoscenze e competenze. Possono cioè imparare a lavorare insieme per uno scopo comune e non soltanto ognuno per proprio conto.

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