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Spese che passione!

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7 Nov

Spese che passione!

Ieri ho ricevuto una mail da una mamma che mi raccontava di essere andata a fare la spesa al supermercato. Era indecisa se portare anche il bambino di tre anni, poi però, considerato che avrebbe avuto il tempo di fare le cose con calma, aveva deciso di “portarlo”.
« Mentre le scrivo queste parole, dottoressa, mi accorgo da sola che usare il verbo “portare” è molto diverso dal dire “siamo andati insieme” a fare la spesa. Ma è così, o meglio, ancora così, e devo accettarlo».
Sono riusciti a fare la spesa senza difficoltà, anche perché la mamma si era organizzata: lungo i corridoi era riuscita a chiedere a Edo di cercare alcune cose semplici, per esempio la carta igienica, quella col cagnolino che gli piace tanto, o se riusciva a trovare i biscotti rotondi col buco dentro, insomma tutti quei piccoli aiuti che fanno sentire attivo un bambino di tre anni.
Una volta in cassa erano stati omaggiati di ben tre buste di piccole costruzioni di cartone, quei gadget che vengono dati a chi ha le carte fedeltà e che Edo voleva aprire seduta stante. La mamma invece si immaginava già i pezzettini che cadevano per terra in un crescendo esponenziale di caos, strilla, moccio verde e sguardi di rimprovero degli altri clienti.
«In preda al sudore freddo sono riuscita a fare un “time out” con la me stessa in fibrillazione e cercando quello che c’era a disposizione, come mi ricorda sempre lei, ho adocchiato il bar e gli ho proposto di sederci al tavolino, così intanto che facevamo merenda, avremmo provato a montare le sorprese».
La mamma ritiene di essere riuscita a dirlo in modo assertivo e autorevole, non autoritario come l’era sempre venuto in precedenza e ha continuato col proporgli un’alternativa tra il succo di pera o di pesca. Nella prima busta c’era il deposito del papero miliardario che Edo è riuscito a montare da solo e due pezzi piccolissimi che, secondo la mamma, non si capiva bene cosa fossero, forse un sacco di monete, che hanno fatto arrabbiare il bambino tanto erano piccoli da maneggiare.
«Certo che questi aggeggi fanno veramente arrabbiare» gli ha restituito la signora quando l’ha visto al limite, «sono talmente piccoli e duri da incastrare che ci vorrebbe un nano minatore!» ha esagerato, sollevata perché la battuta aveva funzionato facendo ridere il bambino nel ricordargli i sette nani che sono i suoi eroi del momento.
«Fai un po’ provare anche a me…caspita ma è troppo duro, non so se ce la faccio».
Lasciato il giochino smontato in stand-by avevano aperto la seconda busta. Si trattava di una macchina lunga e nera, sempre del papero miliardario, che il bambino le aveva chiesto di montare (non gli piace il nero) intanto che beveva il succo.
La terza busta conteneva di nuovo il deposito con il terribile sacco! Edo era frustratissimo, e stava quasi per piangere, ma alla mamma era venuto in mente di chiedergli cosa avrebbe potuto fare di quel secondo deposito. Regalarlo a alla sua amica del piano di sotto? Darlo alla signora della cassa per i suoi bambini? Regalarlo al papà per la sua scrivania? Portarlo a casa dei nonni?
Alla domanda su quale soluzione avrebbe preferito il bambino era partito come un razzo verso la cassa con la signora bionda. Mentre se ne stava lì davanti saltellando tutto eccitato brandendo la bustina, convinto che tutti avrebbero capito cosa voleva, la mamma era riuscita a farsi strada tra due anziani scorbutici e a spiegare alla cassiera che Edo voleva regalare il deposito “doppio” ai suoi bambini.
Alla cassiera si erano allagati gli occhi e in un profluvio di «tesoro, ma che bravo bambino» stava già allungando la mano verso la pila delle pericolose bustine quando lo sguardo allarmato della signora l’aveva dissuasa dal completare l’azione.
In quel momento la signora aveva pensato che ce l’avrebbero fatta e che nel giro di poco sarebbero riusciti a tornare a casa, tutto sommato senza troppi danni.
Sul piazzale antistante il supermercato, recuperato il passeggino, mentre stava per infilarci il bambino, immaginandosi finalmente a casa, era “partita la sirena”.
«Le confesso che in un primo momento non sono riuscita a realizzare, perché ero sicura di avere aver fatto tutto per il meglio. E invece niente, era proprio la sirena, altro che relax a casa. Però dài, mi sono detta, se hai fatto 30 puoi fare anche 31. Così mi sono accovacciata e l’ho abbracciato. Poco eh, non stretto, e gli ho detto che mi sembrava stanco e che c’aveva ragione. Tutto il giorno a scuola, poi le spese con me, i regalini, la merenda, i complimenti della bella cassiera. Lo capivo proprio. Poteva decidere se sedersi sul passeggino e rilassarsi, mentre io appendevo ai manici le due buste delle spese, oppure mettevamo le buste sul passeggino e lui mi aiutava a spingere, oppure ancora facevamo un po’ e un po’: fino alla farmacia spingeva e poi si sedeva. “Ah, oppure ti viene in mente qualcosa d’altro?” gli ho chiesto, ricordandomi che non dovevo fare tutto da sola per risolvere le questioni tra di noi».
«Si, mi siedo con un sacco sulle ginocchia, così mi riposo e ti aiuto!»
A quel punto sono sicura che fosse la mamma ad avere gli occhi allagati dall’emozione intanto che pensava “grandi ‘sti piccoli però”.

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